Seduto, nella semioscurità che faceva da preludio alla messinscena, tra i non pochi giovani che sabato sera rimandavano al dopo spettacolo la loro consueta bevuta di birra, mi rallegravo di non trovarmi in un cinema o in un locale qualsiasi bensì in un teatro. Quindi il mio sguardo è caduto sullo spazio scenico occupato da una semplice quanto funzionale struttura  metà guardaroba/casa e metà scala in legno. Poi una sedia, su cui viene appoggiato un diario, una panca senza schienale a mo’ di sgabello e alcune sveglie di spugna colorate attorno alla sedia su cui  siederà Gianna, la protagonista di questa onirica giornata. Come l’Alice di L. Caroll è unagiornata fantastica quella che ha inizio con il trillo dei tre orologi che  la donna si appresta a fermare, ma qui, contrariamente alla favola, i personaggi che la sua mente le fa incontrare sono quotidiani: due postini che le devono recapitare una lettera, un figlio che cresce nell’arco del giorno e che andrà poi via, Luisa, una colorata amica d’infanzia, ed un venditore di cocomeri. Tutti personaggi, reali o evocati, che rappresentano tentativi di strappare la propria vita dalla quotidianità colorandola di un risvolto surreale, che muoiono per tornare poi a vivere, nel disperato inutile sforzo di riuscire ad esorcizzare la presenza della Morte. La giornata del titolo è quindi un’allegoria dell’esistenza umana, dalla nascita alla morte, la fine del giorno, il tramonto, condotta nell’affannosa ricerca dell’altro, nel bisogno assoluto di creare un rapporto intimo che possa dare sapore di eternità al nostro vivere.

Raùl Damonte Taborda, in arte Copi, nasce a Buenos Aires nel 1939 ma, all’età di 22 anni, si trasferisce a Parigi, dove la sua geniale vèrve di scrittore e drammaturgo trova l’humus adatto per manifestarsi a tutto tondo. Inizia qui la sua fortunata attività di

disegnatore di fumetti grazie alla quale, alla fine degli anni ’60, diviene noto anche in Italia attraverso le strisce della rivista di fumetti Linus che pubblica le avventure di un  nevrotico pollastro, da cui il nomignolo Copi “pollastrello”, stupido ed eterno sconfitto, interlocutore di una  improbabile donna nasona sempre seduta con la quale si perde in dialoghi da Teatro dell’Assurdo.

Il geniale autore argentino, ma di chiara origine italiana, scrive La journée d’une rêveuse,  a soli 28 anni, e la rappresenta neanche un anno dopo a Parigi. Copi stesso definirà la commedia un’ opera giovanile, ed infatti in essa non sono presenti molti degli elementi che comporranno il suo mondo visionario, affollato da persone che cambiano sesso, madri terribili, topi parlanti, parodie deliranti e turpiloqui da fumetto. I conoscitori di Copi ritroveranno però  lo sforzo di esorcizzare la Morte, attraverso la possibilità del sogno di un giardino evocato come spazio dove tentare di fuggire dal gelo del vivere quotidiano. Un luogo dove cercare  verità che possano avere sapore di eternità, dove cercarsi, incontrarsi, trasmettersi delle emozioni: un luogo come il Teatro. Così il regista Giovanni Battista Storti, seguace di Kantor, fondatore dell’Ass. Teatro Alkaest che dall’84 svolge un’intensa attività principalmente nel sociale, teatro con gli anziani e nelle carceri, ci invita ad ipotizzare, attraverso il Teatro, un’altra possibilità al banale quotidiano. Come la sua Gianna, la brava ed intensa Lorena Nocera, ci tende la mano per un incontro, uno scambio vero, umano, in una dimensione teatrale autentica che ci rende insolitamente partecipi. E come i suoi  bravi e convincenti attori, Paui Galli, Matteo Melzi, Lorena Nocera, Marco Pepe, Fabrizio Rocchi, per poco più di un’ora, ci sentiamo protagonisti di un viaggio onirico, intenso, umano e spesso divertente, nel quale trascorriamo con leggerezza il nostro “non banale” sabato sera in questo piccolo, delizioso teatro Arsenale di Milano.

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