Dal 2021 l’attività di teatro sociale di Alkaest si concentra nel Borgo Sostenibile di Figino, una comunità nella periferia nord-ovest di Milano, una delle prime esperienze di co-housing in Italia. Zona periferica e sostanzialmente priva di un’offerta culturale di prossimità, dal suo arrivo Alkaest si occupa stabilmente di curare una proposta artistica e laboratoriale continuativa, pensata specificamente per le/gli abitanti del quartiere.


PROSSIMI APPUNTAMENTI

sabato 20 settembre
Spazio Living 

NASO D’ARGENTO
di e con Soledad Nicolazzi
disegni Dora Creminati
produzione Stradevarie, Campsirago Residenza

Di tutte le stanze avrai la chiave…

Dalle suggestioni delle Fiabe Italiane raccolte da Italo Calvino, una narrazione scoppiettante e coinvolgente: in scena una fisarmonica, un cestino, una piccola sedia e un’attrice che stende calzini spaiati.
Dovessi anche servire il diavolo voglio andarmene via di casa! Comincia così la storia, una versione popolare di Barbablù. Popolare e ridanciana, perché qui, il diavolo è vanitoso e un po’ tonto. E le tre ragazzine, con furbizia, un po’ di fortuna e gran spasso di tutti i bambini, la fanno in barba al satanasso.
L’attrice interpreta l’allampanato signor Naso D’Argento, l’anziana mamma e le tre figlie: Assuntina, la più grandicella, Carlotta la più cicciotta e Lucia, la più giovane e bella… Le filastrocche, le inflessioni dialettali, le canzoni e i personaggi si intrecciano a nuove modalità espressive.
Come nella tradizione orale, tutti partecipano alla narrazione: i bambini sono invitati a cantare, a inventare pezzi di storia, a entrare nella parte di uno dei personaggi.
Naso d’argento è nato nei cortili d’estate, e del teatro di strada mantiene intatta la modalità comunicativa con il pubblico favorendo un coinvolgimento attivo dei bambini: il piacere dell’ascoltare in cerchio, la musica, il racconto come momento di condivisione.
È una storia per i piccoli spettatori ma, come spesso accadeva nelle narrazioni corali, coinvolge genitori e nonni. Parla ai ragazzini di un mondo che non c’è più eppure che sta ancora nei nostri modi di dire, nei nostri atteggiamenti, nel nostro immaginario.
Le bellissime immagini di Dora Creminati, portate in scena dai bambini e proiettate sullo sfondo, fanno da controcanto alla storia.


venerdì 14 e venerdì 21 novembre 
Spazio Living

Rassegna AMORI IMPROBABILI
letture a cura di Marco Pepe

Vite lontane tra loro, che a volte sembrano percorrere binari paralleli. Il caso, l’occasione, fanno sì che l’imprevedibile accada. Persone in apparenza così diverse trovano un punto d’incontro in ciò che di se stesse poco conoscevano o in modi in cui poco speravano. Storie tenere, buffe, ironiche e toccanti di amori improbabili. Quattro racconti di grandi autori ci portano a riconoscere quanto la vita possa essere gioiosamente sorprendente.

1) Un orribile incidente di Graham Greene
Tutti tengono a fatica a freno il riso, non appena conoscono le circostanze tragicomiche in cui è morto il padre di Jerome. E Jerome cresce con la paura della derisione, della svalutazione dei suoi sentimenti più importanti, fino a decidere di nascondere la propria storia e la propria sensibilità. Ma Jerome spera sempre di incontrare chi possa capirlo, farlo sentire non più solo. Esiste un diritto a non essere giudicati per la propria storia familiare? A essere rispettati nella propria unicità e sensibilità?

2) Il barile magico di Bernard Malamud
Nella New York degli anni ’50 Il futuro rabbino Leo Finkle cerca moglie, ma non sa da che parte cominciare, e così chiama in suo soccorso lo strambo sensale di matrimoni Pinye Salzman.
Comincia così il viaggio inatteso di Leo alla scoperta dell’amore e, dunque, di se stesso.
Pinye Salzman sarà la sua imprevedibile e buffa guida.

3) Lo Spinoza di via del mercato di Isaac Bashevis Singer
l dottor Fischelson vive nella sua soffitta nel cuore della Varsavia di inizio ‘900. Ha un unica passione: un libro del filosofo Spinoza. E passa le sue giornate e leggerlo e rileggerlo. Ha un unico svago: osservare il cielo stellato e sentirsi parte del meraviglioso, eterno universo. Il mondo è così cambiato dai tempi della sua gioventù che gli sembra un posto di matti in mezzo a cui non vale la pena mischiarsi. Che gli altri rincorrano pure i loro vani desideri, lui si atterrà agli insegnamenti dell’imperturbabile Spinoza! Il sublime Spinoza non aveva però previsto che la vicina del dottor Fischelson fosse Dobbe Nera, industriosa, combattiva, irrimediabilmente zitella, da anni in attesa che un cugino in America le paghi il biglietto per farla emigrare nella ricchissima New York.

4) Il reprobo di William Somerset Maugham
Ginger Ted è un buono a nulla, ubriacone e rissoso. Il reverendo Jones e sua sorella Martha fanno di tutto perché venga cacciato definitivamente via dall’isola di Baru. Il comportamento di Ginger è continuamente causa di scandalo e corrompe la vita degli indigeni, soprattutto delle indigene: questo pensano il reverendo e la sua instancabile sorella. Tra loro si frappone Evert Gruyter, governatore dell’isola, mondano e amico dello scapestrato Ginger. Soprattutto, di mezzo c’è il caso. Un giorno Martha è costretta a fare un viaggio in barca con l’aborrito Ginger e il motore si guasterà proprio vicino ad un’isola disabitata. Ginger si mostrerà un uomo corrotto e senza speranza oppure, come Martha dice sempre, “tutti hanno in sé qualcosa di buono”?


giovedì 28 novembre
Spazio Living 

CUNTI DI CASA
di e con Egidia Bruno
collaborazione alla Regia di Sandra Mangini
luci di Vincenzo Vecchione
lampada di scena di Vincenzo Bruno
produzione Parco Nazionale del Pollino e NaturArte Basilicata

Una narrazione che parla di cibo, di quel cibo, di quei cibi, protagonisti di ritualità che di anno in anno rischiano di scomparire, di tradizioni che rappresentano e contraddistinguono l’identità di intere comunità, la loro cultura e le loro peculiarità. Di cibi insomma che sono la nostra storia, le nostre radici, la nostra memoria.

Sono nata a Latronico, un paese affacciato sul massiccio del Pollino, il versante lucano. E negli anni in cui ho vissuto lì, prima di andarmene al Nord, tra le tante cose, ho imparato a fare la pasta fresca guardando mia madre, mia nonna, aiutandole fin da bambina e ricordando i loro gesti, una volta emigrata, per poterla fare da sola, senza la loro preziosa “regia”.
Ed è facendo i “maccheroni col ferretto” che racconto di come si preparava, solo fino a qualche decennio fa, quello che è il condimento principe della pasta e cioè la “passata di pomodoro”. Non che adesso la passata di pomodoro, in paesi come il mio, non si prepari più. Ma il “cerimoniale” di cui ho memoria, testimoniava uno spirito di appartenenza alla comunità e al territorio che oggi, mi pare, non esista quasi più.
Egidia Bruno

Il racconto è quello di un vero e proprio rito collettivo che segnava un appuntamento importante nel calendario dei paesi lucani. Una di quelle attività (insieme per esempio alla vendemmia o anche all’uccisione del maiale) che stabiliva dei ruoli precisi all’interno dei gruppi, che scandiva i tempi e i modi della quotidianità e rinsaldava i legami tra le persone.
E il tutto era concepito secondo usanze che rispettavano l’ambiente e che vietavano lo spreco (basti pensare che i pomodori venivano passati fino a che la buccia non produceva più succo e gli scarti venivano dati in pasto alle galline, una forma questa di riciclo biologico ante-litteram). Obiettivi, questi, che all’epoca erano perseguiti inconsapevolmente e che invece oggi ci appaiono come gli unici possibili.
La lingua del racconto è una lingua contaminata: il dialetto e l’italiano si mescolano costantemente perché se l’italiano può dare vita al ricordo, di certo il dialetto dà più corpo alle immagini e alla loro sostanza.
Sia chiaro che l’intento non vuole essere un’operazione nostalgica. Ma ricordare riti come questo è importante non solo per stabilire “chi siamo e da dove veniamo”, ma soprattutto per riscoprire, proteggere e promuovere quelle sapienze popolari che tanto ancora hanno da insegnarci in tema di: rispetto dell’ambiente, rapporto con la terra ed esaltazione dei suoi prodotti. Con in più la consapevolezza che la salvaguardia delle risorse, sempre meno illimitate, di cui l’uomo dispone, passa anche da questo.

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